Aspettando la Dea. Pacione, il doppio ex: "A Genova ci vuole la testa giusta"

Ci sono bomber che lasciano il segno dovunque. Gli stessi che, in campo e fuori, si fanno apprezzare per una signorilità insita. Uno degli esempi più fulgidi di questa miscela è Marco Pacione. Cresciuto nell’Atalanta in cui è esploso tanto da far innamorare la Juventus, ha lasciato un segno più che tangibile anche tra Verona, Torino, Genoa, Reggiana e Mantova. Ma è all’ombra dell’Arena che poi ha vissuto la bellezza di 26 anni da dirigente del Chievo. Ecco le sue parole in vista del confronto di domani sera (ore 20.45) in Liguria.

IL PRIMO AMORE – “Gigi Pizzaballa, all’epoca responsabile del settore giovanile, venne a casa mia, nel pescarese, per parlare con mio padre. Che, non per niente, come me, ricorda sempre con grande affetto l’Atalanta. E per me è lo stesso. Perché tutto quello che ho fatto, senza la Dea, non sarebbe stato possibile. Il mio primo amore. Il primo anno con la prima squadra facevo la spola con la Primavera insieme ai vari Madonna e Donadoni. Ho esordito in Coppa Italia proprio insieme a Roberto. Che ricordi alla Casa del Giovane, il primo ritiro in serie C con Ottavio Bianchi allenatore e successivamente con Nedo Sonetti in B”

“GENIO” UN LEADER – “Con Eugenio Perico (volato via mercoledì scorso dopo una lunga malattia all’età di 74 anni ndr) un rapporto speciale. Per noi giovani era un riferimento, con lui spesso la domenica mattina andavo a messa. E cercavo di carpire, fuori e dentro il rettangolo di gioco, tanti segreti e soprattutto insegnamenti. Era tosto, ma uomo esemplare e tutto d’un pezzo che ti aiutava quando avevi bisogno. Anche sul piano psicologico. Non per niente, da allenatore delle giovanili ha forgiato tantissimi giocatori che poi hanno fatto una grande carriera”.

QUANTO CARISMA, QUANTA APPARTENENZA – “Da Stromberg a Perico e Magnocavallo, bergamaschi veri autentici o acquisiti. Lo “zoccolo duro” è sempre ciò che fa la differenza. Non a caso molte delle fortune dell’Atalanta di oggi sono partite da una base che si è formata con de Roon, Pasalic e Dijmsiti. L’anima non dev’essere toccata in un calcio che cambia tanto, probabilmente troppo. All’epoca i giocatori diventavano delle bandiere, oggi si rischia di cambiare squadra dopo sei o dieci mesi”.

DEA IN EQUILIBRIO – “L’Atalanta di Palladino ha tanta qualità, ma serve equilibrio. Come hanno mostrato le prestazioni, in antitesi, di Verona e contro il Chelsea in tre giorni. Il tecnico è abituato a far giocare bene le proprie squadre e scendere in campo ogni tre giorni mantenendo sempre un livello di gioco adeguato non è per nulla semplice specie se non c’è anche l’adeguato mood mentale. Al “Bentegodi” contro i gialloblu con il coltello tra i denti avevo visto una squadra troppo molle per essere vera, colpita da chi quel giorno aveva nettamente più fame di punti. E quel 3-1 deve insegnare”.

GENOA COME VERONA – “A Marassi ho giocato e, come al Bentegodi, so bene quanto l’ambiente possa spingere. Come lo sa Palladino, avendo indossato a sua volta la maglia rossoblù. Ed è un qualcosa che aumenta quando, come nel caso del Genoa attuale, si intraprende un trend positivo come accaduto grazie all’arrivo di un tecnico carismatico come De Rossi. Ragion per cui l’Atalanta deve ricordarsi quanto accaduto in Veneto per non incappare negli stessi errori. C’è un match difficile che va approcciato con la testa giusta. Altrimenti quando subentra il calo si va in netta difficoltà e ora i nerazzurri non se lo possono più permettere se vogliono risalire”

GRIFONE D’ASSALTO – “All’Atalanta serve una partita gagliarda contro un Grifone che ha fatto soffrire anche l’Inter fino all’ultimo. De Rossi ha dato la sua impronta, la sua mentalità e questa è un’avvisaglia però i bergamaschi devono ribadire d’essere una big, con la voglia di soffrire e la capacità di colpire facendo emergere la caratura dei loro uomini-chiave. Un qualcosa assolutamente nelle possibilità”.

Federico Errante

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