"I ragazzi del dottor Brolis", un libro che fa scuola

Nasce tutto dal dottor Giuseppe Brolis. Basterebbe questa frase per mettere a fuoco la figura del vero fautore del settore giovanile. Verdellese doc classe 1923, è volato via il 12 luglio del 2005 dopo aver creato un solco nella storia del calcio. Da qui, a poco più di 20 anni da quel giorno, è stato realizzato “I ragazzi del dottor Brolis” e quel “Storie di un calcio che non finirà” che si legge in copertina è piuttosto esaustivo circa il tema. Soprattutto circa la profondità di un libro destinato a diventare qualcosa di grande. Ben oltre i numeri, piuttosto per gli insegnamenti che sarà in grado di tramandare. Non per nulla il numero uno del vivaio dell’Atalanta Roberto Samaden – nel corso della presentazione che si è svolta al Centro Bortolotti di Zingonia – ha svelato che sarà proprio questo il primo testo che andrà a comporre la biblioteca in fase di realizzazione tra qualche tempo alla Casa del Giovane. Perché nello storico convitto nerazzurro, i ragazzi devono cominciare a masticare adeguatamente quei concetti che sono diventati il credo non solo dell’indimenticabile Peppino, ma di una società che ha sempre affiancato l’aspetto agonistico a quello formativo.
“Non nascondo che, anche nel corso della mia precedente esperienza (all’Inter ndr) – ha detto Samaden – ho sempre cercato di copiare la filosofia atalantina. E credo proprio ci sia un filo neppure troppo sottile che unisce Brolis, Mino Favini e ciò che siamo oggi. Abbiamo tanto bisogno del passato per imparare che la differenza la fa ciò che succede fuori dal campo. Perché è troppo importante per noi essere un riferimento per i ragazzi e le loro famiglie”.

Presenti all’evento alcuni di quelli che Maria Teresa Brolis, la figlia (che, per Equa Edizioni, ha curato la stesura con Marco Carobbio) ha definito “Forever Young” ossia coloro scoperti proprio da Bolis. Da Domenico Moro a Daniele Filisetti passando per Mario Mutti (tra i vincitori del Viareggio del 1969 per cui Brolis “è stato un secondo papà. Quando abbiamo vinto il torneo, il giorno dopo, ci ha ringraziato dandoci sempre e comunque del lei. E controllava come trattavamo la maglia negli spogliatoi. Perché insieme ai calzoncini andava raddrizzata e riposta in un apposito cesto”). Senza dimenticare Gianfranco Platto e Claudio Foscarini (“Ho portato i suoi insegnamenti in tutte le squadre che ho allenato. Specie con il Cittadella, i direttori d’albergo facevano i complimenti per l’educazione dei ragazzi quando alloggiavano nelle strutture”). Promotore della splendida iniziativa, sotto gli occhi tra gli altri di Gian Paolo Bellini e Alessandro Rambaldi,  un altro verdellese doc come Nado Bonaldi, il decano degli allenatori bergamaschi: “Mezzo secolo fa – ricorda – Peppino aveva capito che il percorso di giocatore e quello di allenatore non erano e non sono l’uno la prosecuzione dell’altro. Ha sempre messo in prima fila l’aspetto formativo mentre sul campo, quando oggi si parla di algoritmi ed analisi, serviva l’occhiometro. Ossia vado in loco e guardo il talento”. In 58 interviste tanti spaccati da parte di coloro che sono e resteranno sempre legati ad una figura irripetibile. Che ha regalato al gotha i vari Gaetano Scirea (la cui foto è doverosamente in copertina), Antonio Cabrini, Beppe Savoldi, Filippo Inzaghi, Cesare Prandelli, Giuseppe Signori, Angelo Anquilletti, Angelo Domenighini, Gigi Pizzaballa, Adelio Moro, Pietro Fanna, Giovanni Vavassori, Eugenio Perico, Giancarlo Finardi e non ultimi Antonio e Luca Percassi.

Aneddoti, intrecci, storie, appunti, relazioni sui giocatori per raccontare un profilo che prima di tutti aveva notato, in Argentina, un giovanissimo Maradona segnalandolo alla Juventus (ma le leggi in vigore impedirono la possibile operazione) e che aveva saputo creare una sorta di percorso a step tra la Cremonese in serie C, l’Atalanta in B e la Juventus in A. Quando al vertice c’erano Luzzara, Bortolotti e Boniperti. Uomini di calcio, di un altro calcio di cui non va persa la memoria.

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